La fidanzata negata (parte terza)
Le campane della messa dell’aurora, a Miramonti, suonarono puntuali e le fedeli beghine si recarono in chiesa. Il vicario, visto che di lì a pochi giorni sarebbe stata festeggiata l’Assunta, con la messa solenne, il panegirico e la processione della Vergine dormiente, accorciò la predica del triduo e in trenta minuti celebrò messa. Mentre si toglieva i paramenti in sagrestia, completando sottovoce il ringraziamento eucaristico, giunse affannato un servo pastore dei Molinas a portargli la tragica notizia: Maria Giusta era stata trovata morta a cento passi dalla Chiesa di Santa Giusta, sotto Su Crastu Biancu, mentre sotto il temporale si recava a chiudere il portone della chiesa che, rimasta aperta per tutta la notte, era mezzo allagata.
Il vicario rimase scosso e non poté fare a meno di parlarne alle fedeli ancora presenti.
La notizia si diffuse, grazie alle beghine, in tutto il paese e le donne cominciarono a chiedersi su come fosse morta la pia donna, dato che si sapeva che era di florida salute e inoltre tanto devota come lasciava intendere il suo voto di chiudere e aprire il portone della chiesa di Santa Giusta.
Del marito nemmeno l’ombra, i cugini Molinas non riuscivano a capacitarsi su come fosse morta. Né riuscivano a capire la scomparsa del marito, e dire che la sera prima avevano banchettato insieme e bevuto dello squisito moscatello che un cugino di Miramonti, proprietario di vigne, aveva loro donato. Poi era giunto un servo di Matteu Brancone e subito aveva lasciato il convitto, per un lavoro urgente, aveva detto.
Maria Giusta, a parte un segno viola intorno al collo, non presentava nessun’altra violenza sul corpo. Giaceva composta sull’erbetta fresca da pascolo, con gli occhi che l’assassino le aveva pietosamente chiuso; le mani sul petto e il vestito in ordine; mancava solo il rosario.
I carabinieri, giunti sul posto, avvertirono il pretore di Vulvu per rimuovere la salma e un medico del luogo, da lui incaricato, osservando il corpo, sentenziò che qualcuno l’aveva aggredita e strangolata a metà strada tra il suo casolare e la chiesa.
Del marito Zinubiu Cibresu non si sapeva niente, anzi qualcuno, ma non si seppe chi, aveva sparso la voce che fosse partito qualche giorno prima per l’acquisto di un paio di buoi da un commerciante di bestiame di Bergu, a quattro ore di cammino da Vulvu e non lontana dalla marina di Lu Ragnu, vicina a Castelbardo. Solo i cugini sapevano che era stato chiamato a fare un lavoro urgente per Matteu Brancone, ma si guardarono bene non solo da dirlo ai militi, ma di ricordarselo tra loro.
Un servo del cugino, Bachis Molinas, per salvare la faccia, fu spedito a cavallo a Bergu, per rintracciarlo e comunicargli la morte della moglie.
In paese bocche cucite, solo tra comari strette si ricordavano che, certo Maria Giusta non era davvero una santa, era troppo attraente e desiderata e con ciò stesso causa di tentazione e, qualche beghina aggiungeva, di peccato, anima mia libera, naturalmente.
Dei cinquecento uomini adulti dell’abitato, almeno trecento, avevano peccato di desiderio a causa sua, tanto che il vicario più d’una volta l’aveva ammonita segretamente, invitandola a vestirsi con modestia, passandosi, se del caso, delle fasce nelle parti di maggior peccaminosità: la modestia e l’umiltà dovevano essere le prime virtù della donna maritata, secondo il Manuale de algunos istados de vida della buonanima del rettore Fossu di Barraghe, miramontese di nascita.
La poveretta, ignara di quella brutta fine, vista la benevolenza del vicario, si era assunta pure quell’impegno con la santa della quale portava il secondo nome.
Dopo due giorni dovettero farle il funerale senza il marito che il servo dei cugini non era riuscito a rintracciare nemmeno a Bergu.
I funerali videro una grande folla assiepata al centro del paese, fuori e dentro l’oratorio di Santa Rughe, visto che la parrocchiale di Santu Matteu, posta sulla ripida Rocca dei Doria, in cuccuru a sa idda, non era raggiungibile nei giorni di tempesta: celebrare lassù significava mettere a repentaglio l’incolumità dei fedeli.
Una lunga teoria di folla seguì il vicario il funerale, mentre un giovane chierico di famiglia nobile salmodiava in gregoriano il Miserére mei Deus. Percorsa la piazza dei Balchi, la discesa dell’oratorio de Su Rosariu, la bara, ricoperta da un manto nero crociato di bianco e portata da quattro uomini, imparentati coi Molinas, percorse la ripida salita di Caminu ‘e Cunventu e giunse davanti al convento dei Carmelitani ormai in abbandono da quando i monaci erano stati cacciati via nel 1866 da su Guvernu massonico che se n’era impadronito con tutto l’arredamento e l’archivio. Su Zimidoriu era nuovo, terminato da appena un anno: disseminato simmetricamente di cipressi fatti venire dalla Toscana, arricchito da alcune tombe monumentali dello scultore Sartorio, chiuso da un alto muro e da un portale monumentale in cima al quale stava scritto 1879.
La folla si aasiepò intorno alla bara, il prete asperse di nuovo la defunta e il nobile chierico, chiuse l’evento con l’augurale salmo in gregoriano in paradisum deducant te, angeli.
I cugini della defunta dispensarono dalle condoglianze i convenuti. La folla ridiscese lo scosceso sentiero de Caminu ‘e Cunventu per tornare nelle proprie arroccate case nel pendio nord est de su monte de Santu Matteu in parte; nel pendio di Pala ‘e Chercu in parte; alle pendici di Codinarasa nel rione Sa Niera, in parte.
Le pie miramontesi, prima di rientrare nelle case, fecero visita all’oratorio di Nostra Segnora de su Rosariu, ubicata nel percorso funebre e gli uomini, per scuotersi dalla tristezza, si recarono a bere un bicchierino nella bettola de su vulvuesu in Piatta: tutti ritenevano che rientrare in casa senza aver esorcizzato la morte in luogo alieno, avrebbe significato portarla in casa e, per quanto buoni cristiani, i miramontesi preferivano rinviarla preferendo vivere il più a lungo possibile in lacrimarum valle.
Al funerale però si era notata anche l’assenza di Nigola Biddu e la si giustificava con la fuga dopo la bravata; quella di Zinubiu Cibresu, marito della morta, le cui segrete missioni erano note, ma era meglio non solo accennarvi, ma nemmeno pensarci: compare Matteu Brancone con quei suoi occhi di ghiaccio poteva leggerti anche i pensieri, ed era meglio tenerselo amico per le annate magre. Le donne lo sapevano, alcune conoscevano anche l’ardore delle sue passioni, per cui bisognava non pensare male di lui così come del resto preferivano fare i mariti di queste, bravi massai e felici compari del possidente.
Insomma era inutile chiedersi chi avesse ucciso Maria Giusta: tutte le donne del paese, di tempo in tempo, avevano avuto qualche debolezza per qualcuno, perciò mal comune mezzo gaudio, ma non ci avevano certo rimesso la pelle.

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